Le comunità e le città compassionevoli
Le compassionate community nascono e si sviluppano nella cultura anglosassone, prima in Australia e poi in Inghilterra. Il desiderio di compartecipazione alla sofferenza e l’opportunità di essere d’aiuto hanno contribuito a rinnovare la consapevolezza, per certi versi propria di una dimensione sociale di tempi passati, che la sofferenza e l’aiuto a chi ne sopporta l’esperienza sono aspetti che riguardano ognuno: per essere protagonisti nell’aiutare, o nell’essere aiutati. E l’intreccio tra questa corrente di pensiero e la filosofia delle cure palliative è concreto e quantomai attuale.
É della fine del ventesimo secolo l’intuizione di Allan Kellehear di considerare le cure palliative non solo dal punto di vista clinico, ma anche dal punto di vista della sanità pubblica, per diffondere una maggiore consapevolezza circa la malattia, la perdita, la morte ed il lutto. Questa concezione porta con sé la consapevolezza che le necessità dei malati e di chi è loro vicino come caregiver non possono trovare risposte complete nei servizi sanitari ed istituzionali, e che le risorse della comunità possono rappresentare una risposta per questi bisogni. Da qui nasce e si sviluppa l’idea della compassionate community, che si amplia poi nella compassionate city.
La filosofia delle cure palliative è basata su un approccio che accoglie in modo globale la sofferenza del paziente. E proprio le cure palliative, che si sono sviluppate con una fortissima spinta del volontariato, fino a penetrare il mondo sanitario ed a diventare una disciplina medica ed un modello assistenziale per la gestione della sofferenza e della fragilità. Nelle città compassionevoli, le cure palliative evolvono verso una dimensione sociale, ad interpretare la cura non solo nella sua dimensione sanitaria, ma presentando il prendersi cura come una responsabilità ed un interesse di tutta la comunità.
Le cure palliative, nella loro dimensione clinica, si rivolgono al paziente; nella dimensione sociale, si rivolgono alla persona, per riempire i vuoti che la malattia, la fragilità, l’esperienza del fine vita e della morte, la perdita ed il lutto possono creare. Questi aspetti della vita sono spesso trascurati nel pensiero che permea la cultura attuale, e creare una cultura comune più attenta ai temi della sofferenza e della perdita può contribuire a ridurre l’impatto di eventi della vita che, pur rimanendo drammatici, possono diventare meno sconvolgenti.
La comunità è, in questo contesto, partecipe del lungo e complesso compito di fornire assistenza sanitaria di qualità alla fine della vita. Il modello delle compassionate cities è riconosciuto a livello globale e si concretizza nell’intraprendere azioni in tema di cure palliative, assistenza alla persona, fine vita, esperienza della morte e del lutto.
Questo non significa integrare o sostituire i servizi istituzionali esistenti; significa piuttosto creare una nuova sensibilità che consenta a chi lo desidera di essere parte di un percorso di aiuto, oppure di poter ricevere aiuto se necessario, anche unendo gli sforzi delle risorse che già sono presenti sul territorio, anche in ambito di terzo settore, partecipando alla vita della comunità, che diventa così comunità compassionevole. Nel ragionare sull’idea della città compassionevole, occorre considerare che il 95% del tempo delle persone che stanno affrontando un problema di salute grave o che sono coinvolti in esperienze di fine vita oppure che si stanno occupando di assistere dei malati come caregiver è trascorso al di fuori del contesto sanitario clinico o socio-sanitario.
La città compassionevole, quindi, diventa un ambiente condiviso che accoglie i cittadini che affrontano queste difficoltà, considerando l’assistenza come una responsabilità anche propria, e le persone o le associazioni che ne fanno parte cercano di supportare al meglio le esigenze che si evidenziano in questo tempo.
Le realtà delle città compassionevoli (o delle comunità compassionevoli) hanno spesso radici nei servizi di cure palliative o nelle associazioni che operano in questo ambito, che ne promuovono l’istituzione presso gli organi di governo della città, e ne curano la realizzazione. Tuttavia, i cittadini o le associazioni che accettano di essere coinvolti non sono per forza attivi né contesto delle cure palliative, ma accettano di partecipare ad un sistema di supporto più ampio, come parte di una comunità. Tutti i settori della vita pubblica della città possono essere liberamente coinvolti, così come associazioni o enti che partecipano alla vita pubblica: istituzioni sanitarie, socio sanitarie, istituzioni di governo della città, scuole, luoghi di aggregazione, gruppi di volontariato, parrocchie ed istituzioni religiose, luoghi di lavoro ed organizzazioni correlate all’ambito lavorativo, associazioni di promozione culturale, in un elenco che non è esaustivo perché ogni realtà può declinare il modello generale in base alle risorse ed alle sensibilità che si ritrovano nella comunità.
La realtà delle compassionate community e delle compassionate city è diffusa a livello globale e rappresenta un fenomeno in evoluzione; esistono dei network (Compassionate Community UK, Public Healt Palliative Care International – PHPCI) che contribuiscono a facilitare la condivisione di esperienze a livello globale, oltre ad offrire linee di indirizzo per lo sviluppo delle singole realtà ed opportunità di formazione.
Novara Insieme – Città Compassionevole
La città di Novara è stata teatro di una significativa attività nell’ambito delle cura e palliative, che ha visto in particolare protagonista il mondo del volontariato: l’Associazione IdeaInsieme, oggi odv-ets, ha celebrato i vent’anni di attività nel 2024. In questi decenni la presenza attiva dei volontari ha contribuito prima a creare e poi a migliorare l’offerta assistenziale in cure palliative, con particolare rilievo alla collaborazione con il Servizio di Cure Palliative dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara. Novara Insieme – Città Compassionevole è un progetto che mette le radici in questa tradizione di sensibilità verso i temi delle cure palliative, della sofferenza e della perdita, e si volge ad un futuro in cui questa sensibilità possa essere maggiormente condivisa, trasformando le necessità di chi affronta la sofferenza in occasione di partecipazione sociale.